Insulti e provocazione non rientrano nell’agire democratico e culturale delle persone civili
Il confronto sociale e istituzionale dovrebbe rappresentare la linfa vitale di ogni democrazia. È attraverso la dialettica tra posizioni differenti che si costruiscono soluzioni condivise, si elaborano strategie innovative e si rafforzano i legami di coesione collettiva. Tuttavia, sempre più spesso, il dialogo pubblico non assolve a questa funzione generativa. Si assiste, invece, a una deriva preoccupante: la trasformazione del confronto in contesa personale, in cui la provocazione sottile e l’offesa mascherata prendono il posto dell’argomentazione razionale. Questa degenerazione non è un mero accidente linguistico, ma un fenomeno sociale complesso che le scienze sociali sono chiamate ad analizzare con attenzione, poiché produce effetti tangibili sul tessuto democratico, sulla fiducia istituzionale e sulla stessa qualità della convivenza civile. Nella prospettiva sociologica classica, il conflitto non è di per sé un fattore patologico. Georg Simmel ne evidenziava la funzione integrativa, sottolineando come il contrasto, se gestito entro forme regolamentate, potesse rafforzare i legami sociali e favorire il rinnovamento delle regole. Allo stesso modo, la teoria della società aperta di Karl Popper presupponeva che la critica e la dialettica costituissero strumenti indispensabili per la crescita collettiva. Il problema sorge quando il conflitto si riduce a mero esercizio di potere simbolico e in tal senso, Pierre Bourdieu ha mostrato come il linguaggio sia campo di forze: esso non si limita a trasmettere significati, ma produce gerarchie, stabilisce ruoli, legittima o delegittima. In tale ottica, l’uso dell’offesa, anche velata, rappresenta una strategia di accumulazione di capitale simbolico, che mira non ad aprire il dialogo, bensì a chiudere lo spazio discorsivo dell’altro. Emerge oggi, con una crescente preoccupazione una crescente crisi del linguaggio pubblico e istituzionale.
Le ricerche contemporanee di sociolinguistica politica (Fairclough, van Dijk) hanno evidenziato come il linguaggio istituzionale stia progressivamente scivolando verso registri conflittuali e antagonisti. La provocazione, l’allusione denigratoria, l’insinuazione sono diventati strumenti retorici funzionali a generare consenso immediato, spesso a discapito della qualità del discorso. Questa trasformazione è amplificata dall’ecosistema digitale: i social media premiano la polarizzazione, la brevità e l’impatto emotivo. Ne deriva un cortocircuito tra linguaggio politico e linguaggio quotidiano, dove la logica del “like” prevale su quella della costruzione argomentativa. La stessa comunicazione istituzionale tende così ad assumere toni reattivi, perdendo la funzione pedagogica che un tempo le era propria. In questo vuoto relazionale trovano spazio le dinamiche psicosociali della personalizzazione del conflitto attraverso una deriva comunicativa stratificata nel tessuto sociale in dinamiche psicologiche collettive. Secondo la teoria della frustrazione-aggressione (Dollard et al., 1939), quando l’individuo o il gruppo percepiscono l’impossibilità di incidere realmente sulla complessità delle questioni, si rifugiano in forme di aggressione verbale come compensazione simbolica.
In ambito istituzionale, questo meccanismo si traduce nella personalizzazione del conflitto: invece di misurarsi sui contenuti, si concentra l’attacco sulla persona. L’avversario politico, l’interlocutore accademico o l’amministratore pubblico diventa così il bersaglio di un discorso che non mira alla critica costruttiva, ma alla delegittimazione. Ne consegue una dinamica di “mimesi negativa”: al crescere dell’offesa, cresce la reazione speculare, in un ciclo che esaspera la polarizzazione.
Il risultato di tale dinamica, mira a generare risultati deleteri nel tessuto sociale tanto nel medio quanto nel lungo periodo ed a sua volta bisognerà considerare con sguardo strategico cosa potrebbe generare questo crescente carico alla qualità della tenuta sociale e democratica del paese, considerando l’istituto della reciprocità quotidiana quale fonte primaria di fiducia nelle persone e nelle istituzioni. Le conseguenze di questo subdolo processo sono profonde. Da un lato, come già detto, silenziosamente erode lentamente la fiducia interpersonale e sistemica (Luhmann, 1988) poiché i cittadini percepiscono le istituzioni non più come luoghi di decisione razionale, ma come arene di lotta personale. Dall’altro, si genera un effetto di esclusione: quanti tentano di praticare il confronto su basi argomentative vengono marginalizzati, percepiti come deboli o anacronistici rispetto alla logica dominante dello scontro nel quale vince chi alza la voce, denigra e soprattutto non accetta il confronto. La qualità democratica, pertanto, è destinata all’impoverimento e la discussione pubblica finirà per non produrre soluzioni e generando di volta in volta paralisi, finirà per rafforzare le divisioni conferendo ragione a quanti utilizzano il confronto per generare di volta in volta la sentenza del tribunale mediatico. Lungo questa strada si consoliderà giorno dopo giorno una cultura della sfiducia che, in ultima istanza, finirà per alimentare la disaffezione politica e la crescente percezione di impotenza collettiva.
Se, come sostiene Habermas, la sfera pubblica si fonda sulla comunicazione orientata all’intesa, allora la deriva attuale rappresenta un tradimento di questa vocazione originaria. Recuperare il senso autentico del confronto non significa eliminare il conflitto, ma riqualificarlo. Occorre reinvestire nel valore del rispetto reciproco, della competenza, dell’ascolto. È necessario promuovere pratiche discorsive che sostituiscano la provocazione sterile con la critica costruttiva, la delegittimazione con la ricerca di soluzioni comuni. Non si tratta di un’esigenza moralistica, bensì di una condizione strutturale per la tenuta della democrazia e per generare maggiore coesione delle comunità. In tal senso, il degrado del confronto sociale e istituzionale non è un fenomeno marginale, ma un chiarissimo indicatore della fragilità delle nostre democrazie. Le scienze sociali hanno il compito di smascherare le dinamiche che trasformano il linguaggio da strumento di crescita a veicolo di rancore. Solo riportando il conflitto entro i binari del rispetto e della razionalità sarà possibile preservare la funzione generativa del dialogo e garantire che la pluralità non si traduca in divisione, ma in risorsa per la costruzione di un futuro condiviso.

Caro Francesco, ho letto con grande interesse il tuo articolo. Trovo molto chiara e precisa la tua analisi sul valore del confronto. Oggi, vediamo troppo spesso dialoghi che repentinamente si trasformano in scontri personali, soprattutto nei social. Ho notato, e lo hai fatto magistralmente in questo articolo, come tu riesca a richiamare l’importanza del conflitto regolato, al fine di contribuire alla crescita collettiva e non alla sua distruzione. Il tuo incitamento al recupero del confronto come bene comune oltre a essere attuale è anche necessario. Senza ascolto e rispetto reciproco, infatti, la democrazia perde il suo fondamento. Ti ringrazio per l’attenzione, che hai riportato in questo tuo articolo, su un tema che riguarda tutti noi. Un caro saluto. Domenico Muratore